Oggi General Manager della Tenuta Fratini a Bolgheri, Davide D’Alterio vanta il titolo di Miglior Sommelier AIS Toscana 2017 e un’esperienza come Capo Sommelier di Pinchiorri. Ambasciatore del Sangiovese e del Lambrusco nel mondo, lo abbiamo raggiunto per parlare di presente e futuro del Merlot.
Che tipo di vino ha in mente il vigneron quando produce vini a base di Merlot e che cosa si aspetta oggi il consumatore medio? E quello esperto?
“Per quanto riguarda il produttore, oggi devo dire che il vino a base Merlot, con altissime percentuali di questo vitigno, non è più un trend. È una fase ormai superata. Il Merlot, come sappiamo, è un’uva molto precoce: questa caratteristica fu la chiave del suo successo nel 1961 nella zona del Médoc, quando la stagione rese difficile ottenere maturazioni complete per molti vitigni. In quell’annata riuscirono a fare grandi vini solo coloro che avevano Merlot. Non solo nel Médoc ma in tutto il Bordeaux. È il caso leggendario di Petrus 1961, quasi 100% Merlot, o di Château Palmer, che in quell’anno superava il 60% di Merlot, diventando uno dei più grandi vini del Médoc.
“Oggi però il clima è completamente cambiato: si parla di vini che devono mantenere maturazioni tecnologiche e fenoliche equilibrate, e un’uva così precoce diventa controproducente. A meno di non avere appezzamenti che per esposizione, conformazione, altitudine, geologia o portinnesti permettano di ritardare la maturazione, per esempio vigne esposte a nord o molto ombreggiate. È ciò che abbiamo fatto anche noi a Tenuta Fratini a Bolgheri, dove alcune parcelle, immerse nei boschi o rivolte a nord, consentono maturazioni più lente che rendono il Merlot adatto.
“Detto questo, il Merlot oggi è molto meno piantato e meno richiesto. Anche il consumatore sta iniziando a lasciar declinare il concetto del Merlot in purezza: percentuali importanti come 40-45% possono funzionare in base agli appezzamenti aziendali, ma il 100% Merlot non è più atteso né ricercato, salvo pochi grandi vini storici che hanno radici profonde e una tradizione consolidata.
Il consumatore esperto invece lo analizza sempre con attenzione, perché attraverso un’uva così soggetta alle variabili del periodo di maturazione si colgono moltissime informazioni tecniche. Un Merlot aziendale può parlare dell’andamento climatico, mostrare come cambiano le tecniche produttive, come si alleggeriscono i vini. Nonostante questo, anche per l’esperto il 100% Merlot è ormai poco ricercato: il varietale conta sempre meno, mentre il territorio conta sempre di più.
“Basta pensare ai grandi territori come il Chianti Classico: se assaggi un Radda o un Castelnuovo Berardenga, ti interessa capire se il vino esprime quel luogo, non se c’è il 10% di Ciliegiolo o il 5% di Colorino. Il vitigno sta diventando secondario, e per fortuna oggi si parla sempre più di territorio.”
Pre e post dazi e calo dei consumi: i vini a base Merlot quanto ne hanno risentito e in che direzione sta andando il mercato?
“Pre e post dazi i vini a base Merlot hanno subito la stessa influenza degli altri vini: un calo delle vendite non imputabile solo ai dazi, ma anche a un contesto politico incerto, conflitti, timore economico, desiderio di risparmiare e una moda, chiamiamola così, della ‘salubrità’ molto dirompente.
Oggi il vino viene spesso demonizzato sul piano sanitario, e questo incide fortemente.
“In più, i giovani consumatori non vedono più il vino sul tavolo come parte del pasto quotidiano, come pane, olio, aceto, sale, bensì come un lusso, uno sfizio occasionale. Questo cambia radicalmente il modo di percepirlo e ne riduce il consumo. E anche se è vero che i giovani hanno un potere di spesa minore, sono loro a fare il mercato dal punto di vista comunicativo. Se loro non bevono vino, non lo cercano e non lo raccontano, il sistema nel suo insieme rallenta.”
L’intervista continua su Terre del Vino di novembre/dicembre 2025