Tra i top 100 sommelier UK 2023, ex Head of beverage all’Oxford Cambridge Club, oggi Wine Director per il Relais Monteverdi Tuscany, wine buyer indipendente, giudice di concorsi internazionali (Wine International Challenge, Decanter, London Competition) Valentini ha una visione chiara su presente e futuro del Vermentino.
Che tipo di vino ha in mente il vigneron quando produce vini a base di Vermentino e che cosa si aspetta oggi il consumatore medio? E quello esperto?
«Se affrontiamo la domanda da un punto di vista tecnico, parlando dei vini a base Vermentino, partirei dalle sue caratteristiche fondamentali: freschezza e bevibilità, qualità oggi ricercate sia dal consumatore “godereccio” sia da quello più esperto. Quest’ultimo cerca sicuramente anche un profilo aromatico definito, perché l’aromaticità del Vermentino è una parte essenziale del vitigno. Personalmente, come sommelier, ricerco spesso le note gentili di melone e mela verde, che possono evolvere verso sentori più intensi, erbacei o floreali, soprattutto nelle versioni come il Vermentino di Gallura, molto diverso da quello toscano, dove si punta maggiormente su freschezza e sapidità.»
«L’acidità è la chiave di volta: è ciò che permette al vino di raggiungere equilibrio. In Italia mi ha colpito molto anche l’utilizzo della mineralità come tratto distintivo del territorio, un elemento che identifica il Vermentino della zona in cui nasce.»
«Un altro aspetto che un vignaiolo deve avere ben chiaro è l’abbinamento gastronomico. Oggi sappiamo quanto il “bevo bene e responsabilmente” guidi le scelte dei consumatori: un vino deve già suggerire la sua collocazione a tavola. E infatti, parlando del Vermentino, il produttore pensa quasi sempre a un vino bianco secco e fermo: non credo che ci sia, almeno in via preliminare, l’idea di produrne una versione spumantizzata.»
«Dal punto di vista del consumatore, l’abbinamento più immediato resta quello con antipasti di pesce e frutti di mare. Anche con molluschi e crostacei il Vermentino trova una collocazione naturale, soprattutto nella stagione estiva. Con piatti più strutturati, penso alle carni bianche non troppo salsate, o alla tradizione dei risotti e delle preparazioni a base di verdure e funghi freschi, il risultato resta molto efficace. In generale, chi sceglie questo vitigno cerca freschezza e sapidità, un profilo fruttato con leggere note di melone, agrumi o pompelmo, capace di sostenere la bevuta per tutto il pasto e con un ottimo rapporto qualità-prezzo.»
Pre e post dazi e calo dei consumi: i vini a base di Vermentino quanto ne hanno risentito e in che direzione sta andando il mercato?
«I dati in mio possesso, forniti dai miei distributori, mostrano un calo del fatturato a partire da giugno 2025, monitorando gli ultimi quattro-cinque mesi. I dazi si sono inseriti in un contesto globale già segnato dal calo dei consumi di vino: c’è un evidente cambiamento generazionale, i giovani sono meno attratti dal vino rispetto ai cocktail o a prodotti dal packaging più accattivante e dai costi più accessibili.»
«Lavorando con gli Stati Uniti, ho toccato con mano una riduzione dei prezzi iniziali sul mercato e dei margini, con conseguente necessità di aumentare i volumi per restare competitivi. Il problema principale, però, è la diminuzione del fatturato complessivo che l’Italia registra oggi: anche i vini rossi, per anni sostenitori dell’export, stanno soffrendo. Gli importatori collegano questa crisi proprio al cambiamento generazionale, poi amplificato dai dazi e dalle instabilità globali.»
«Per proteggere il consumatore finale dal peso delle tariffe, molti produttori hanno ridotto i prezzi iniziali, evitando rincari che avrebbero frenato ulteriormente gli acquisti. In questo quadro complicato, arrivano però anche notizie positive da alcune denominazioni molto seguite all’estero. La DOC Primitivo di Manduria, ad esempio, ha registrato una vendemmia significativa e una crescita qualitativa dell’export. E non va dimenticato che l’Oltrepò Pavese ha appena celebrato i 160 anni del suo Metodo Classico.»
«Guardando agli Stati Uniti, in California l’ultima vendemmia è stata particolarmente abbondante, dando nuova spinta ai produttori di Napa e Sonoma. In Europa, invece, i francesi segnalano un calo importante delle vendite, evidente perfino dal minor acquisto di barrique: un riflesso della crisi che colpisce anche Bordeaux e Borgogna.»
«Per capire la direzione del mercato, mi sono documentata: fino a settembre 2025 l’export del vino italiano ha tenuto bene, con una flessione solo in autunno, superato solo dalla Francia. Australia e Nuova Zelanda, al contrario, registrano un calo del valore medio dei loro vini fermi, segno che anche competitor tradizionalmente molto competitivi stanno affrontando difficoltà.»

«Una delle preoccupazioni che mi tocca di più, riguarda la superficie vitata nazionale e all’estero che sta progressivamente diminuendo. Se parliamo di crisi parliamo anche di erosione delle superfici destinate alla viticoltura. I dati indicano chiaramente che il mercato dei no alcol sta prendendo piede, anche in Italia, perciò si può fare riferimento ad un’altra tipologia di vini sul mercato che può avere prospettive di crescita.”
«Infine, visto che parliamo spesso di intelligenza artificiale, credo che l’AI potrà diventare uno strumento decisivo nel supportare strategie efficaci per affrontare questo momento complesso: l’integrazione tra AI, vigneto e azienda può rendere più efficienti le pratiche agricole ed enologiche, unendo dimensione fisica e digitale e avvicinando ulteriormente produttore e consumatore.»
L’intervista continua su Terre del Vino di novembre/dicembre 2025