Dal Monte Somma nasce Elpis, il primo Metodo Classico dell’azienda ErRe. Un nome greco, un mito antico e un vitigno che ha imparato ad aspettare
Nel mito raccontato da Esiodo, quando Pandora solleva il coperchio, i mali escono e si spargono per il mondo. Una sola cosa resta dentro, trattenuta sotto il bordo: Elpis, la speranza. Pochi ricordano che quel contenitore non era uno scrigno. Era un pithos, la grande giara di terracotta in cui i Greci conservavano il vino. La “scatola” arriva solo nel 1508, con una traduzione di Erasmo da Rotterdam.
È da questa giara che parte il nuovo capitolo della Società Agricola ErRe. L’azienda di Somma Vesuviana presenta Elpis, il suo primo spumante Metodo Classico Brut a denominazione Vesuvio DOC, ottenuto da uve Caprettone in purezza.

Il nome non è un vezzo. Un Metodo Classico è un vino che resta chiuso: la seconda fermentazione avviene in bottiglia e il disciplinare del Vesuvio impone almeno dodici mesi di elaborazione prima che lasci la cantina. Elpis ne ha trascorsi 24 sui lieviti. Come la speranza di Pandora, ciò che conta matura dentro, al buio, senza fretta.
«Elpis è nato dall’idea e dalla speranza di vedere il territorio vesuviano non come un’appendice delle stereotipate foto da cartolina, ma come un biglietto da visita elegante per raccontare una terra straordinariamente fertile, ricca di storia e di sorprese», racconta Enrico Romano. C’è anche un filo che lega il mito al territorio. Pandora fu plasmata da Efesto, il dio del fuoco che i Romani chiamavano Vulcano e da cui ogni vulcano prende il nome. L’etichetta di Elpis ne porta la traccia: fiamme rosse su fondo nero, figure che affiorano dal fumo. L’opera è di Vittorio d’Ascia, che l’ha intitolata «Brindiamo alla vita».
ErRe, che ne è proprietaria e custode, l’ha scelta per una nuova etichetta d’autore. Le uve crescono a Cognolo di Ottaviano, sul versante nord-est del Parco Nazionale del Vesuvio, tra i 200 e i 400 metri s.l.m., su lapilli, ceneri e pomici del Monte Somma, il vulcano più antico che abbraccia il Gran Cono.
Elpis completa una piccola mitologia di famiglia, scritta in etichetta. Apothéke, il Caprettone in purezza, porta la parola greca da cui nasce il napoletano ‘a puteca, la bottega: è così che la famiglia Romano, per tutti “i Putcar” (da putecaro, il bottegaio), è conosciuta in paese fin dagli inizi del Novecento. Pinus, il Piedirosso presentato lo scorso anno, è dedicato al grande pino che veglia sui filari. Elpis aggiunge ciò che resta quando tutto il resto è passato.
«Apothéke, Pinus, Elpis: la sequenza non è casuale», spiega Enrico Romano. «Le etichette, impreziosite dalle opere di Vittorio d’Ascia, raccontano la storia della nostra famiglia. I Putcar sono radicati sul territorio come un pino, nella speranza di lasciare alle generazioni future una terra più bella e più fruibile.»
Del resto la speranza è sempre stata il vero motore di ErRe. Il Caprettone, un tempo il bianco più diffuso alle pendici del Vesuvio, fu sostituito per decenni da varietà più produttive e a lungo confuso con la Coda di Volpe, finché le analisi del DNA non ne hanno dimostrato l’identità. Solo nel 2016 è entrato a pieno titolo nel disciplinare Vesuvio. Enrico Romano ci ha creduto quando era ancora una scommessa: oltre dieci anni di studio prima della prima annata, nel 2020, su circa mezzo ettaro ereditato dal padre Giovanni.
Oggi quella scommessa ha anche i numeri dalla sua parte: al Concorso Enologico Internazionale Città del Vino, Apothéke ha conquistato l’argento con il 2022, l’oro con il 2024 e quest’anno, al XXIV Concorso, di nuovo l’oro nella sezione Vulcanici con il 2025. Tre medaglie, con un punteggio cresciuto ogni anno.
«Il premio è la conferma che la strada intrapresa è quella giusta», aggiunge Enrico Romano. «È un piccolo ma importante riconoscimento al lavoro, all’impegno e alla dedizione che tutta la famiglia Romano mette al servizio di un territorio spesso martoriato, ma che con le attenzioni ordinarie restituisce frutti straordinari.»
Con Elpis, ErRe porta il vulcano nel calice in una forma nuova, quella delle bollicine, senza tradire la propria terra. Un vino da aprire nei giorni di festa, sapendo cosa contiene: non un augurio generico, ma una promessa coltivata nel tempo, sotto il bordo del vaso.