Donne che lavorano nel vino: a che punto siamo? #2

Prosegue la nostra inchiesta sul gender gap nel settore vino “Donne che lavorano nel vino: a che punto siamo?” pubblicata Sul numero di Terre del Vino di maggio-giugno 2026, dove abbiamo posto la stessa domanda a circa 20 professioniste del settore:

essere donna nel vino oggi è un vantaggio o una sfida?

Le risposte hanno restituito un quadro complesso e articolato, che in parte non ha trovato spazio sulla rivista per ragioni editoriali. Per questo proseguiamo il confronto sul sito di Città del Vino.

Tre voci, un sistema ancora sbilanciato

“Non è un vantaggio. E non dovrebbe essere una battaglia.”

Alessandra Biondi Bartolini

Per la direttrice di Mille Vigne, il nodo non è semantico ma strutturale: il rischio è che il merito venga filtrato da dinamiche di pressione e selezione non equivalenti.

“Allora per rispondere alla domanda se è un vantaggio o una sfida, direi che un vantaggio sicuramente no, perché non ci sarebbe motivo. Il vantaggio è legato prevalentemente al merito e dovrebbe essere ugualmente distribuito fra uomini e donne; però non voglio vederla nemmeno come una sfida perché le sfide si scelgono, mentre dover affrontare una sfida per le donne significa essere sempre ‘sul pezzo’, sempre competitive e anche dover sempre dimostrare qualcosa cosa che agli uomini non è richiesto e che non dipende soltanto dal merito, ma da aspetti di carattere legati alla competitività. Quindi più che una sfida io la definirei una battaglia, e qui sta l’iniquità, perché in questo modo perdiamo tutti, perché riescono ad arrivare soltanto una parte delle persone che hanno merito, e fra le donne riescono ad arrivare solo quelle che sono competitive, non necessariamente quelle che hanno maggiori capacità. E non ritengo che ci siano dei vantaggi perché gli aspetti di sensibilità o di capacità diverse sono ugualmente distribuiti. Non ci sono degli aspetti in cui le donne sono più portate o gli uomini sono più portati: la scienza ha dimostrato che le differenze fra il cervello maschile e il cervello femminile sono molto più distribuite, cioè la distanza è molto ridotta rispetto a quello che è la distribuzione all’interno del genere quindi vantaggi non ce ne sono se non quelli statistici di perdere dei talenti.”

Nel giornalismo enogastronomico ci sono poi delle peculiarità, spiega la direttrice:

“Per quanto riguarda il settore del giornalismo enogastronomico i numeri parlano: lì si vede benissimo dalla composizione dei Panel degli eventi. Quando sono scelti per rappresentare delle istituzioni o realtà apicali, quindi direttori e presidenti, sono costituiti fondamentalmente da uomini. Eppure i contenuti sono tali per cui possono inserirsi ampiamente anche le donne, sia del settore comunicazione, sia del settore scientifico, sia del settore del giornalismo e della critica Gastronomica. Lo squilibrio è evidente, sono anni che raccolgo i dati: ci sono alcuni ambiti in cui non ci si sposta da dei rapporti che a volte sono stati di 40 uomini e 1 donna nell’ambito di congressi organizzati e associazioni di categorie.”

Infine una considerazione lapidaria:

“Nel giornalismo enogastronomico e di settore, alle donne difficilmente viene chiesta un’opinione. Questo da una parte perché alle donne il prendere posizione o esprimere delle opinioni viene ‘perdonato’ un po’ meno: benissimo se raccontano ma non se si pongono in termini critici o in termini di opinione. In questo le donne devono avere un pochino di coraggio ed esporsi un po’ di più, in modo da dimostrare che possono portare molto all’interno del dibattito.”

“Il merito non basta se non è riconosciuto”

Lara Loreti

La giornalista de La Stampa mette al centro il tema del riconoscimento e delle distorsioni culturali che ancora attraversano il settore.

“Il mondo del vino è un universo affascinante di cui faccio parte con orgoglio e passione. Ho contatti quotidiani con uomini e donne e il bilancio non può che essere positivo. Tuttavia, ci sono ancora aspetti legati al gender gap su cui è necessario lavorare.
La vera sfida è il riconoscimento del merito, al di là di tutto.”

Loreti cita la ricerca del MIB School of Management Trieste che mostra come la leadership femminile nelle imprese vitivinicole è uno dei fattori che incide nel passaggio verso organizzazioni più evolute, capaci di pianificare, delegare, lavorare sul lungo periodo valorizzare le risorse.

“Certo, per raggiungere questi risultati è necessario che entrino in gioco più elementi: talento, competenza, visione, voglia di fare, indipendenza e coraggio. Un’utopia? Credo proprio di no, anche se le difficoltà permangono.”

Eppure le donne ancora fanno fatica a farsi spazio. Perché?

“Nel nostro Paese persistono ancora forti radici patriarcali, che si traducono spesso in atteggiamenti sessisti: una realtà evidente e innegabile. C’è chi sminuisce le donne, spesso più per convenienza che per reale convinzione. Questo fenomeno riguarda anche il settore del vino, così come molti altri ambiti, seppure con intensità diverse.
Le donne sono spesso oggetto di giudizi e critiche – talvolta anche molto dure – per il loro aspetto, per il look, per come parlano, per le persone che frequentano e perfino per come o cosa mangiano. Questo accade sia da parte degli uomini sia da parte di altre donne. Per alcuni, inoltre, battute volgari o giudicanti vengono ancora considerate divertenti, e chi le mette in discussione rischia di essere etichettato come troppo serio* o poco sportivo*. Non è raro che chi fa questo tipo di commenti si giustifichi con frasi come: ‘ormai non si può più dire niente’, finendo per far apparire la persona colpita come antipatica o eccessivamente permalosa.”

Eppure il prezzo del silenzio da sempre e ovunque, la complicità e Loreti mette in guardia.

“È un fenomeno che merita attenzione, perché può distorcere la percezione della realtà. Mi spiego: un complimento semplice, rispettoso e neutro – fatto da un uomo o da una donna – non ha nulla di sbagliato. Tuttavia, quando qualcuno interviene per criticarlo, magari per invidia o pregiudizio, si rischia di travisare la situazione: chi lo ha fatto viene visto come qualcuno che ‘ci prova’, mentre chi lo riceve viene ridotta al solo aspetto, mettendo in secondo piano la sua professionalità. Dinamiche di questo tipo, oltre a essere spiacevoli, sono anche pericolose, perché finiscono per screditare le persone coinvolte e alimentare, anziché contrastare, una cultura ancora segnata da stereotipi e atteggiamenti maschilisti.”

Cosa possiamo fare per cambiare le cose?

“Superare questi ostacoli è possibile, anche se faticoso. Per farlo credo sia fondamentale proseguire con determinazione nel proprio percorso, lavorando con impegno. Allo stesso tempo, è indispensabile investire nell’educazione e nella diffusione di una cultura della parità, sia nelle scuole sia nelle famiglie. Molti passi avanti sono stati compiuti, ma il cammino da fare è ancora lungo.
Detto questo, per rispondere alla domanda sull’essere donna nel mondo del vino, ritengo che questa oggi rappresenti ancora una sfida. Spesso si ha la sensazione di dover lavorare di più per dimostrare il proprio valore e di essere costantemente sotto esame. Impegnarsi, studiare, approfondire e farsi trovare sempre preparate è fondamentale nel vino come in ogni altro ambito professionale. È un approccio che dovrebbe prescindere dal genere. Tuttavia, a volte sembra che per una donna sia sempre necessario fare uno sforzo in più per poter dire di avercela fatta.”

Oggi c’è maggiore attenzione al tema ma si è affacciato anche un altro pericolo, he riprende il tema dei panel ‘sentinella’ già citati da Biondi Bartolini.

“In questo contesto, il rischio del pink washing (quando la presenza delle donne è solo una strategia di marketing) diventa evidente e controproducente. Non credo che nei panel all’interno delle fiere debba esserci una parità numerica tra uomini e donne a tutti i costi: il criterio principale deve restare il merito. Allo stesso tempo, però, quando si vedono convegni con dieci uomini al tavolo, è difficile credere che non ci fosse almeno una donna competente su quei temi. E quando è presente una sola donna, può sorgere il dubbio – forse ingiusto, ma comprensibile – che sia stata inserita solo per adempiere a una ‘quota’.
Ritengo comunque che gli sforzi fatti finora vadano riconosciuti, considerando il contesto fortemente maschilista da cui si parte. Oggi e già da qualche anno, sul piano politico, ad esempio, abbiamo una donna a capo del governo, una donna alla guida della Commissione europea e un’altra della Banca Centrale Europea: risultati che, al di là delle opinioni politiche, fino a pochi anni fa sarebbe stato impensabile. Nel settore enologico, le Donne del vino – di cui faccio parte – sono ormai una realtà consolidata e in crescita: hanno fatto scuola e hanno portato avanti la professionalità femminile già da tempi ben più duri di quelli attuali. Nel mondo del giornalismo ci sono molte direttrici di giornali e magazine, segno dell’ottimo rapporto fra donne e vino: da Il Gusto a Cook, dalla Cucina Italiana a Linkiesta gastronomica per fare qualche esempio. E anche nel Concorso mondiale di Bruxelles, di cui sono giudice, la presenza femminile è molto consistente e si sta ampliando. Le battaglie per la parità restano fondamentali, a partire da quella salariale, ambito in cui persistono forti differenze tra uomo e donna, così come iniziative e premi dedicati, in ambiti ancora a forte prevalenza maschile, come quello degli chef. E penso sia essenziale chiamare le donne con titoli declinati al femminile: enologa, imprenditrice, amministratrice delegata non sono un esercizio di stile, ma una definizione sostanziale.
Credo però che sia arrivato il momento di fare un passo ulteriore, anche con coraggio: smettere di soffermarsi su aspetti superficiali – come l’aspetto fisico, l’abbigliamento o la vita privata – e iniziare a valutare davvero le donne per le loro competenze e i loro risultati. Può sembrare scontato, ma non lo è affatto.
La sfida più difficile, infine, è quella di fare squadra: non solo tra donne – ridurre tutto a una contrapposizione ‘Eva contro Eva’ è troppo semplice – ma tra professionisti, superando logiche di appartenenza, lobby e pregiudizi.”

“Non è questione di genere, ma di sistema”

Sara Speroni

La docente della Fondazione Italiana Sommelier interpreta il tema come parte di una trasformazione più ampia del settore.

“È una domanda che merita una risposta meno netta di quanto sembri: oggi essere donna nel vino non è né un vantaggio puro né una difficoltà assoluta, è, piuttosto, una posizione complessa dentro un sistema in trasformazione.
Da un lato, alcune barriere esistono ancora, ma sono spesso sottili, non dichiarate, non si tratta più di esclusione esplicita, quanto di riconoscimento, poiché essere presenti non significa automaticamente essere considerate autorevoli.
Il vino resta un mondo costruito su genealogie, reti stabili, relazioni e appartenenze, in un sistema che tende a premiare, più facilmente ciò che già conosce e privilegiare nomi già consolidati. Non è una barriera esplicita, ma una selezione implicita.
In questo scenario, essere ‘nuovi’, prima ancora che essere donne, rappresenta una sfida reale.”

Parola chiave: competenze.

“Il vino italiano contemporaneo, nel frattempo, però, è sempre più attraversato da richieste di competenze manageriali, skill di marketing, visione internazionale e capacità narrativa: dimensioni in cui la leadership femminile si esprime con forza crescente.
In questa prospettiva essere donna oggi può rappresentare anche un vantaggio reale, non in senso ideologico, ma culturale. Molte professioniste portano un approccio più trasversale: una capacità di lettura che sposa tecnica e sensibilità, analisi e narrazione.
Un modo di raccontare il vino meno rigido, più contemporaneo e accessibile, più vicino a un pubblico che è profondamente cambiato.
Accanto a questo, però, si muove un altro pericoloso fenomeno: quello della visibilità immediata. Un modello comunicativo che tende a premiare l’impatto, l’estetica, la riconoscibilità istantanea. È una dinamica trasversale, ma che nel caso femminile può avere un effetto collaterale più delicato: quello di alimentare letture superficiali.
In questo scenario, la distinzione tra divulgazione strutturata ed espressione puramente estetica diventa sempre più sfumata, con conseguenze dirette sulla percezione del valore professionale.
Il risultato è un contesto caotico e rumoroso, in cui diventa sempre più difficile ‘distinguere’, e qui emerge la reale sfida, spesso poco raccontata: non emergere, ma confermarsi, restare nel tempo, mantenere coerenza e continuare ad essere valutate per ciò che si è realmente, senza essere assorbite da narrazioni stereotipate.
In questo scenario, torna centrale un tema a me caro: la formazione.
I titoli contano, eccome.
Rappresentano metodo, rigore e profondità, e costituiscono la base indispensabile su cui costruire nel tempo un valore autentico, integrando sapere teorico ed esperienza,
Alla fine, il punto non è stabilire se essere donna nel vino sia un vantaggio o una sfida, ma riconoscere che si tratta di una posizione dentro un sistema complesso, in fragile evoluzione, dove le regole non sono sempre esplicite e dove il riconoscimento richiede tempo.
Ma è anche, e forse soprattutto, uno spazio di possibilità.
Perché oggi più che mai il vino ha bisogno di nuove voci, capaci di unire competenza e visione, rigore e linguaggio, e chi riesce a tenere insieme questi elementi, al di là del genere, non solo trova il proprio posto, ma contribuisce a ridefinire il modo stesso in cui il vino viene raccontato.
E in un settore così profondamente identitario, non è poco.”

 

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