Ardauli (OR), il vino torna alle origini tra vigne storiche e antichi palmenti

Un centinaio di partecipanti, in gran parte giovani, ha preso parte lunedì 24 agosto ad Ardauli, nell’Oristanese, al “Trekking tra i palmenti”, un’esperienza dedicata alla scoperta delle radici della viticoltura locale. L’iniziativa è stata organizzata dall’Associazione Paleoworking Sardegna e dall’Associazione San Quirico, che ha curato anche la “Sagra de sos culurzones de patata e de s’ortau”. L’evento ha ricevuto il patrocinio del Comune di Ardauli e dell’Associazione Città del Vino.

Il percorso si è sviluppato nella località di Manenzia, attraverso un paesaggio rurale caratterizzato da vigne storiche, emergenze archeologiche e testimonianze della tradizione vitivinicola. Protagonisti dell’itinerario sono stati i lacos de catzigare, gli antichi palmenti scavati nella roccia e destinati alla lavorazione dell’uva, preziosi documenti della storia agricola del territorio. L’esperienza è iniziata tra i vigneti, dove ai partecipanti sono stati illustrati il programma dell’escursione e le caratteristiche del paesaggio vitato. Dopo la partenza, il trekking ha condotto alla scoperta dei diversi palmenti presenti lungo il percorso, permettendo di osservare direttamente le strutture e di comprenderne la funzione all’interno dell’antico ciclo di produzione del vino.

I palmenti e il ciclo del vino

La prima tappa archeologica ha portato i partecipanti davanti a un lacu de catzigare caratterizzato dalla presenza di due vasche in ignimbrite e di una base di pressa. Qui sono state illustrate le modalità di funzionamento dell’impianto e le tecniche tradizionali utilizzate per la pigiatura dell’uva e la raccolta del mosto. Il percorso è quindi proseguito verso un secondo palmento, ricavato direttamente nella roccia affiorante e collocato accanto a un tradizionale pinnetu, antica costruzione rurale in pietra. È stato proprio questo il luogo in cui il passato è tornato concretamente a prendere forma attraverso una dimostrazione dal vivo della pigiatura tradizionale. Per una sera il palmento ha riacquistato la sua funzione originaria, trasformandosi nuovamente in uno spazio di lavoro e, insieme, di socialità. I gesti della lavorazione dell’uva sono stati riproposti davanti a un pubblico attento e curioso, consentendo di comprendere non soltanto le tecniche impiegate, ma anche la dimensione comunitaria che per secoli ha accompagnato la produzione del vino. La visita ai palmenti ha evidenziato come questi manufatti non debbano essere considerati testimonianze archeologiche isolate. Essi sono infatti parte integrante di un paesaggio storico della vite, composto da vigne, percorsi rurali, strutture produttive e saperi tramandati nel tempo.

Dal palmento al calice

Il rapporto fra passato e presente è emerso con particolare evidenza nella tappa dedicata alla degustazione. Dopo la visita a un terzo palmento, i partecipanti hanno potuto assaggiare i vini prodotti dai vignaioli locali, scoprendo le varietà presenti nel territorio e il legame fra la viticoltura documentata dalle strutture archeologiche e quella ancora oggi praticata ad Ardauli. Il calice è diventato così il punto di incontro fra due dimensioni apparentemente lontane: da una parte la memoria di una produzione vinicola antica, conservata nelle vasche scavate nell’ignimbrite; dall’altra una viticoltura contemporanea che continua a trarre identità dal territorio e dalla sua storia. L’ultima tappa ha condotto infine a un ulteriore palmento, scavato nel pianoro ignimbritico. La conclusione del trekking è stata l’occasione per riflettere sull’evoluzione della viticoltura ad Ardauli e, soprattutto, sulla necessità di conservare e valorizzare i palmenti come patrimonio archeologico, culturale e vitivinicolo.

Un patrimonio da mantenere vivo

Particolarmente significativa è stata la partecipazione dei giovani, a conferma di un interesse crescente verso il patrimonio rurale, l’archeologia del paesaggio e le tradizioni locali. L’iniziativa ha mostrato come l’archeologia, la cultura materiale e la viticoltura possano dialogare efficacemente e trasformarsi in strumenti di conoscenza capaci di raccontare la storia non soltanto attraverso i reperti, ma attraverso l’esperienza diretta. Il “Trekking tra i palmenti” ha proposto infatti un modello di fruizione nel quale camminare, osservare, conoscere, degustare e condividere diventano parti di un unico racconto. Un modo per leggere il territorio attraverso le tracce lasciate dalle comunità che lo hanno abitato e lavorato, restituendo significato a strutture che rischierebbero altrimenti di rimanere ai margini della memoria collettiva. Ad Ardauli, la storia della vite è tornata così a farsi gesto, profumo e sapore. Un patrimonio che non appartiene soltanto al passato, ma che può diventare una risorsa per il presente e per il futuro, a condizione di conoscerlo, proteggerlo e continuare a mantenerlo vivo.

Fare rete per valorizzare il territorio

L’esperienza di Ardauli dimostra ancora una volta quanto la capacità di fare rete possa diventare un autentico valore aggiunto per la valorizzazione del territorio. Mettere insieme associazioni, competenze e sensibilità diverse significa moltiplicare le possibilità di costruire iniziative di qualità, capaci di coniugare archeologia, cultura, paesaggio, tradizioni e viticoltura. Ognuno ha portato il proprio contributo, le proprie conoscenze e la propria esperienza, dimostrando che unendo le forze e lavorando in sinergia si possono raggiungere risultati che difficilmente sarebbero possibili singolarmente. È proprio questa collaborazione, fondata sulla condivisione di obiettivi e competenze, a trasformare un’iniziativa in un’esperienza capace di coinvolgere la comunità, attrarre visitatori e restituire valore e visibilità al patrimonio locale. Un modello virtuoso di partecipazione e cooperazione che merita di essere consolidato e replicato.

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