Wine buyer per Swig, consulente Masterclass Italia per 67 Pall Mall, WSET Educator e per Fortune Italia tra gli under 40 leader del settore vino internazionale: intervista a Nelson Pari sul presente e sul futuro del Nebbiolo.
Che tipo di vino ha in mente il vigneron quando produce vini a base di Nebbiolo e che cosa si aspetta oggi il consumatore medio? E quello esperto?
“È una domanda molto aperta, perché quando parliamo di vini a base Nebbiolo entriamo in un universo che comprende Barolo, Barbaresco, Langhe, Roero e l’Alto Piemonte. Le aree sono enormi e i vini cambiano moltissimo. La prima grande distinzione riguarda il produttore: c’è chi ha chiaramente in mente che tipo di vino vuole ottenere, e chi invece lo definisce strada facendo, in base a vari fattori. La chiave principale nella produzione è l’estrazione durante la fermentazione: macerazioni lunghe o brevi, l’uso di botte grande o piccola, e il numero di giorni di contatto con le bucce. Più il vino macera, maggiore è l’estrazione, ma allo stesso tempo avanza la polimerizzazione dei tannini. Dal 2016 in poi, con la cosiddetta ‘New Wave Barolo’, la tendenza è più uniforme: circa 30 giorni di macerazione e uso prevalente della botte grande. L’impiego della barrique è sempre più raro, e la ricerca della precisione nelle estrazioni è diventata centrale.
“Sul fronte dei consumatori, il consumatore medio oggi si aspetta vini meno estratti. Arriva al Nebbiolo soprattutto tramite il tartufo: nei ristoranti di alto livello, tartufo significa automaticamente Piemonte, Langhe, e quindi Nebbiolo. Ma non è detto che sia pronto ai tannini e all’acidità più marcate: per questo molti produttori stanno alleggerendo il profilo. Inoltre, oggi la vendita al calice è diventata un tema anche in territori illustri come le Langhe, cosa impensabile fino a pochi anni fa.
“Il consumatore esperto, invece, ha una richiesta molto chiara: vuole che il Nebbiolo legga il territorio, esattamente come il Pinot Nero in Borgogna. Ed è esattamente ciò che sta accadendo dal 2016: due scuole principali, neoclassico e post-tradizionalismo, che stanno lavorando in modo diverso ma con un obiettivo comune, ovvero esprimere in profondità il Cru. In alcune aree, come Castelletto, le differenze territoriali sono oggi nitide come non mai. Il Nebbiolo è magistrale nel raccontare il luogo, e la crescente omogeneità nelle tecniche di cantina rende questa lettura ancora più evidente.”
Pre e post dazi e calo dei consumi: i vini a base di Nebbiolo quanto ne hanno risentito e in che direzione sta andando il mercato?
“Se parliamo di dazi, e in particolare degli Stati Uniti, la questione riguarda meno il consumatore e più l’importatore.
“Gli americani ragionano in modo diverso dagli europei: c’è un ottimismo culturale di fondo. L’ho visto chiaramente quando ho parlato di Barolo a Los Angeles subito dopo gli incendi che l’hanno devastata: erano già pronti a ripartire. E lo stesso vale per il vino. Gli importatori con cui parlo, soprattutto della West Coast, sono motivati.”
“Il problema vero nel post-dazi, è che è cambiato il flusso dei pagamenti: prima il vino arrivava, si vendeva in due mesi e poi si pagava il produttore. Ora il dazio è immediato e anticipato, quindi cambia la struttura finanziaria dell’importazione. Gli importatori restano aggressivi nel comprare, ma la resistenza viene più spesso dai produttori, che non vogliono abbassare i prezzi. Questo crea difficoltà, soprattutto in un periodo in cui i consumi stanno cambiando.
“Va però detto che il mercato sta cambiando per motivi più ampi dei dazi: la crisi dei consumi, un nuovo modo di comunicare il vino, e una trasformazione generale del pubblico. In molte industrie c’è stata una modernizzazione; nel vino, no. I social sono usati malissimo dal 99,9% dei produttori. Quanti sono realmente attivi su TikTok o su Instagram? Ancora oggi la maggior parte comunica solo con Facebook. Questa è una delle fragilità più grandi del settore.
“La verità è che in Italia ci sono pochi grandi nomi che trainano il Barolo negli USA. La qualità sta crescendo, ma c’è ancora tanta mediocrità in giro. Il quadro attuale è quindi una tempesta perfetta: cambiamento dei consumatori, nuove abitudini di comunicazione e una modernizzazione mancata da parte del settore del vino.”
L’intervista continua su Terre del Vino di novembre/dicembre 2025