Auguri alla DOC Colli Pesaresi

18/03/2022

L’Associazione nazionale Città del Vino, che conta tra i suoi Comuni un gran numero di città legate ai disciplinari delle denominazioni storiche, vuole celebrare i 50 anni dei vini che hanno ottenuto la certificazione nel 1972 con articoli, eventi e approfondimenti. Iniziamo proponendo una scheda con le caratteristiche e gli abbinamenti di queste DOC (alcune delle quali sono nel frattempo diventate DOCG).

 

COLLI PESARESI

Disciplinare: DPR 02.06.1972 (G.U. 207 – 09.08.1972)

Regione: Marche

Provincia/e: Pesaro-Urbino

Enoregione/i: COLLINE PESARESI 

Tipologie: Colli Pesaresi Bianco; Colli Pesaresi Biancame; Colli Pesaresi Trebbiano; Colli Pesaresi Rosso; Colli Pesaresi Rosato (o Rosè); Colli Pesaresi Sangiovese (anche nella tipologia Riserva e Novello); Colli Pesaresi Spumante. Sottozone Focara, Roncaglia, Parco Naturale Monte San Bartolo.

Vitigno/i: Trebbiano toscano (localmente chiamato Albanella), Verdicchio, Biancame, Pinot grigio, Pinot nero, Riesling italico, Chardonnay, Sauvignon, Pinot bianco,

Cenni storici e/o geografici: L’area geografica ricade nella totale o parziale superficie di 37 comuni compresi nel Montefeltro, nei bacini dei fiumi Metauro e Foglia fino alla superficie del monte S. Bartolo che è la propaggine sul mare della catena montuosa e collinare dell’entroterra della valle del Foglia. L’area pesarese ed il Montefeltro sono un territorio oggetto del processo di romanizzazione dal 295 a.c. con la vittoria sui Galli e la “lex Flaminia” che assegna le terre interessate ai veterani dell’esercito. Seguirà la battaglia contro i Cartaginesi di Asdrubale. Plinio riferisce di “queste terre fertili, presenti le vigne” tanto che ne descrive un centinaio di varietà coltivate e di vini. La fine dell’Impero Romano riporta l’agricoltura nelle Marche ad essere quella di mera sussistenza. Sarà la Chiesa e la sua struttura a riportare vita nei territori tra mare ed Appennino ove Ordini ed Abbazie fanno rinascere l’attività agricola non più limitata alla sussistenza bensì come illuminata conduzione economica del bene e della terra in cui si comprende anche la gestione delle vigne e la preparazione del vino. Nel periodo medioevale la vite riprende un suo ruolo nell’economia rurale e nella società. Nell’area pesarese si scontrano le vicende militari ed umane delle due Signorie di Urbino e Rimini che, nelle campagne creano ricchezza, insediamenti diffusi, investimenti agricoli, la capillare diffusione della vigna e del contratto mezzadrile. Nel 1595 nel suo “De naturali vinorum historia Andrea Bacci, medico ed enologo, riferisce che nel pesarese “tutte le condizioni naturali ed umane favoriscono la produttività in luoghi ove si coltivano vigneti i cui vini ottengono il pieno gradimento negli enopoli veneti per la schiettezza e la buona preparazione”. Per Urbino richiama la diligente coltivazione di vigna i cui vini “sono crudi, bianchi e rossi, e quelli di uve moscatelle sono bevuti con i dolci e sono presenti nelle cantine di Urbino e del suo Duca”. Seguono due secoli di decadimento e di normalizzazione fino alla seconda metà del ‘700 che mostra uno sviluppo complessivo e nel paesaggio agrario compaiono “l’alberata” e la “piantata” ovvero il passaggio dalla vigna all’arboreto simbolo della coltura promiscua. L’istituto mezzadrile che prevedeva l’insediamento del colono sul fondo, si diffonde il tutto il territorio perché consente il controllo del terreno, delle colture, il possesso di una casa, la policoltura, l’attivazione di un’economia rurale. La vite è diffusa: vitigni bianchi e neri vinificati separati o insieme davano un vino che si “beveva bene”.  

 

Prodotto: CASCIOTTA D’URBINO DOP

Descrizione: Formaggio burroso e delicato, a pasta semicotta e forma cilindrica, con crosta sottile e abbastanza asciutta, di colore paglierino. Di antica tradizione e conosciuta anche con il nome di «caciofiore», ha avuto in Michelangelo un celebre estimatore. La pasta, ottenuta da latte caldo intero di pecora (70%) e di vacca (30%) con aggiunta di caglio portato alla temperatura di 35° C, è sottoposta a pressatura manuale in appositi stampi di maiolica o legno tradizionalmente realizzati dall’artigianato locale, poi salata e lasciata maturare per un breve periodo (venti o trenta giorni). Di solito è servita semplicemente con pane montanaro insieme a lardo, prosciutto o ciauscolo (IGP), ma è ottima anche con un filo d’olio e insalata, oppure accompagnata da miele di acacia delle Marche (PAT) o fette di polenta abbrustolita, o come ingrediente di salse, farciture e ripieni.

 

Piatto: CASSONI (O CRESCIONI O CASCIONI O GUSCIONI) ALLO SCARPEGN

Descrizione: Sono una sorta di calzoni fritti o al forno, comuni alla cucina delle Marche e della Romagna, dove si possono trovare ripieni di bietole o spinaci, verza o cavolo rosolati con pancetta, salsiccia e formaggio, salsiccia e cipolla, mozzarella e pomodoro, con purea di patate e zucca profumata con cipolla rosolata e formaggio grattugiato, con funghi trifolati o melanzane. A Gradara, al confine tra le due regioni, si farciscono con un ricco composto di salsiccia ed erbe miste. Tra queste lo scarpegn (o scarpign), nome locale della cicerbita (Sonchus oleraceus), una delle più dolci e corpose erbette spontanee primaverili. Composita con foglie a lamina morbida con punta sagittata, opache e glabre, si esalta passata in tegame con aglio e olio.

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